A cura di Cristina Baldini

Antonio Ricci

Ricci come Giambruno fanno parte della stessa minestra. Anzi, Ricci forse è persino peggio, perché facendo parte dell’emittente filogovernativa finge da sempre, di essere “fuori dal coro”, mentre è solamente un “paraculo” dentro a quel coro fino al collo.

La trasmissione di Ricci, che come il suo autore e padrone ha il merito non piccolo di avere disarticolato e sbugiardato, negli anni, molti dei meccanismi biforcuti del linguaggio televisivo, ha però il grave difetto (come il suo autore e padrone) di sentirsi investita da una vera e propria missione etica. In virtù della quale di sente in diritto di crivellare sistematicamente i suoi critici e chiunque le sia incomodo. La sua resta una tv spazzatura, identitaria e storicizzata. Emblema dell’azienda Mediaset. Se un tempo, pur muovendosi in un orizzonte nazionalpopolare, lo spettatore a cui l’azienda si rivolgeva era una persona mediamente colta, oggi il rispetto per le fasce più alte del pubblico – e quindi, in teoria, più interessanti da un punto di vista pubblicitario – è venuto completamente a mancare, e l’intera programmazione sembra rivolgersi esclusivamente a una platea di anziani, psicolabili e analfabeti funzionali.

Mentre un tempo Canale 5, Italia Uno e Rete 4 erano una sorta di specchio del Paese, oggi se si guarda Mediaset si ha l’impressione di entrare in una dimensione parallela.

Non è questione di arte cospirativa, di ricatti, truffalderie, dossieraggi, ma di sintonia, empatia e piena complicità con il paese. E così il fuori onda del comunque pessimo Giambruno, è anche, prima ancora che terremoto politico, “sogno delle italiane”: liberarsi di un gran marpione dentro casa, incassando una standing ovation.

Non amo il gossip e non mi piacciono i sistemi che utilizzano Antonio Ricci e Fabrizio Corona di intrufolarsi nelle vite altrui carpendo di nascosto immagini, frasi, segreti. Solo che Corona lo faceva “pretendendo soldi dalle sue vittime”, ora non più, parrebbe, mentre Ricci lo fa per mettere in onda scene che non avrebbero dovuto andare in onda. Così ha fatto con Emilio Fede e Mike Bongiorno e con altri personaggi della tv. La cosa può far ridere, sbellicare da ridere il pubblico.

Ma a me non è mai piaciuto lo “sputtanamento” di personaggi noti, ripresi come se fossero in pantofole. Se era un fuori onda non si capisce perché è stato registrato quel dialogo. Come se qualcuno avesse voluto tendere un tranello al malcapitato. Quando lo studio è in pausa le telecamere sono spente, se registrano vuol dire che qualcuno le ha accese e, di più, che c’è in regia una registrazione in corso, video e audio insieme, con una memoria attiva. Non è cosa trascurabile.

Il signor Giambruno non è nuovo agli scivoloni. Diciamo che è uno che facilmente può cadere nelle trappole. Il che non lo assolve, per carità, non lo rende meno colpevole, ma come al solito di colpevoli ce n’è sempre più d’uno.

Neanche Mediaset pare voglia proseguire la relazione

Le sue dichiarazioni hanno uno strascico anche professionale. Se la Meloni non vuole essere accostata alle gaffes dell’ex convivente, neanche Mediaset lo vuole. L’azienda che sul gossip e i programmi che corrono sul filo ha costruito le sue fortune ora si tutela. Lui si è auto sospeso temporaneamente. Forse è una formula garbata per prendere tempo. Verrà deciso se proseguire o meno con Giambruno e tutto lascia intendere che anche nel rapporto con Mediaset finisce qui”, almeno per la conduzione di Diario del giorno, la trasmissione quotidiana che lo vedeva protagonista. 

Dopo le fuoriuscite della D’Urso e alcune sterzate sui contenuti delle trasmissioni borderline, pare che Mediaset voglia occupare gli spazi che la Rai sta lasciando pericolosamente disponibili, con gli spostamenti di Report e le fuoriuscite di FazioBerlinguer e Iannaccone. I nuovi programmi con “gli amici della Meloni” non decollano. 

Tutt’altro. Stentano nell’audience mentre la concorrenza se ne avvantaggia e anche i Tg Rai perdono ascolto. Lo stesso canone rischia di venir messo in discussione. Se la Rai non rappresenta più le componenti sociali e culturali del popolo italiano, ma solo quelle di una parte, perché dovremmo pagare un canone? Non c’è più servizio pubblico e altri possono fin da ora definire i loro programmi come servizio pubblico su reti commerciali e reclamare quote di canone.

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