Redazione

Osaka / Stoccolma – 11 ottobre 2025

Il Comitato Nobel ha scelto oggi di riconoscere un’evoluzione decisiva nella ricerca biomedica con l’assegnazione del Nobel per la Medicina 2025 a Shimon Sakaguchi, assieme a Mary Brunkow e Fred Ramsdell, per le loro scoperte sulle cellule T regolatorie (Treg). Il trionfo scientifico viene accompagnato da una promessa che suona quasi profetica: “La parola cancro non farà più paura”. 

Con queste parole, Sakaguchi non offre solo un’aspirazione — ma indica una traiettoria: trasformare il cancro da patologia temuta in malattia potenzialmente gestibile, grazie alle armi dell’immunoterapia e alla modulazione del sistema immunitario.

Il contributo di Sakaguchi: Treg, tolleranza immunitaria e cancro

Per decenni, l’immunologia ha proposto una visione duale: per difendere l’organismo da virus, batteri o cellule mutate (come i tumori), il sistema immunitario deve essere vigoroso; tuttavia, se incontrollato, lo stesso sistema può attaccare tessuti sani, generando malattie autoimmuni. Il lavoro di Sakaguchi e dei suoi colleghi ha chiarito uno dei meccanismi di regolazione essenziali di questo equilibrio.

Scoperta delle cellule T regolatorie (Treg): Sakaguchi ha identificato queste cellule come guardiane del sistema immunitario, capaci di limitare risposte eccessive verso il sé, proteggendo così contro malattie autoimmuni.  Il gene FOXP3 e la loro regolazione: Brunkow e Ramsdell hanno contribuito a chiarire il ruolo del gene FOXP3 nel differenziamento e nella funzione delle Treg, collegando mutazioni di FOXP3 a gravi patologie autoimmuni (come la sindrome IPEX).  Applicazioni oncologiche: nel microambiente tumorale, le Treg si inseriscono come freno alle risposte immunitarie efficaci, ostacolando la capacità del sistema immunitario di attaccare le cellule neoplastiche. Sakaguchi suggerisce che modulare le Treg — riducendole localmente — possa migliorare l’efficacia delle immunoterapie già esistenti, come i checkpoint inhibitor, estendendo i benefici a fette maggiori di malati. 

In uno scenario clinico, l’obiettivo è costruire terapie “intelligenti”, capaci di disattivare le Treg solo nei siti tumorali, senza compromettere la tolleranza immunitaria sistemica.

La promessa di “non avere più paura”: speranza e cautela

Quando Sakaguchi afferma che “la parola cancro non farà più paura”, introduce una dimensione soggettiva e simbolica della scienza: non si tratta solo di ridurre tassi di mortalità, ma anche di trasformare la percezione sociale della malattia.

Tuttavia, uno sguardo professionale richiede di bilanciare l’entusiasmo con la cautela:

Non è una cura immediata: le scoperte sulle Treg costituiscono una svolta nel paradigma immunologico, ma la traduzione clinica richiede tempo, sperimentazioni rigorose e verifica dei rischi (ad esempio riattivazione autoimmunità). Varianza tra tumori: non tutti i tumori reagiscono in modo uniforme alle immunoterapie. Alcuni tipi sono “freddi” (poca infiltrazione immunitaria) o manifestano resistenza meccanismi indipendenti dalle Treg. Sicurezza e specificità: intervenire sulle Treg sistemiche può comportare effetti collaterali gravi se non si raggiunge una specificità terapeutica molto alta. Costi, accesso e disuguaglianze: rendere realtà le terapie avanzate significa investimenti importanti in ricerca, infrastrutture, regolamentazione e accessibilità globale, per evitare che le nuove cure restino appannaggio di pochi centri d’eccellenza.

Implicazioni cliniche e prospettive pratiche

L’ambito oncologico è già cambiato con le immunoterapie attuali (ad esempio gli inibitori dei checkpoint PD-1/PD-L1 o CTLA-4). Ma la percentuale di pazienti che beneficiano in modo significativo è ancora limitata. Sakaguchi indica che la “prossima ondata” di vaccini immunologici, terapie cellulari o molecolari potrebbe sfruttare il controllo delle Treg per estendere benefici a molte più persone.

Dal punto di vista medico e sanitario, ecco alcune linee che emergono:

Sperimentazioni cliniche: vi sarà un impulso per trial che combinano inibizione delle Treg con immunoterapia classica, che dovranno dimostrare efficacia e sicurezza. Biomarcatori: identificare pazienti che beneficerebbero da terapie anti-Treg richiede biomarcatori precisi (densità di Treg, firma immunologica del tumore, mutazioni correlabili). Approcci localizzati: strategie che modulano Treg solo in loco (tumore) aiutano a preservare la tolleranza sistemica e ridurre rischi autoimmuni. Integrazione multidisciplinare: oncologia, immunologia, genetica, farmacologia e ingegneria biomedica dovranno collaborare per progettare dispositivi o vettori mirati (nano‐farmaci, anticorpi, virus oncolitici…). Accesso globale: le istituzioni sanitarie dovranno porsi il problema di diffusione e sostenibilità: evitare che le nuove terapie restino concentrate nei paesi ricchi o in pochi centri specialistici.

Un Nobel che indica la medicina del futuro

L’assegnazione a Sakaguchi, Brunkow e Ramsdell è percepita da commentatori e editorialisti come un segnale forte: il Nobel non premia solo un risultato, ma una direzione scientifica. Come nota un editorialista de La Stampa, “un Nobel che premia la medicina del futuro” riconosce che l’assetto dell’immunità e della tolleranza è la frontiera decisiva per malattie autoimmuni, trapianti e cancro. 

In questo senso, l’ottimismo misurato di Sakaguchi — «curabile» e “non più paura” — può essere interpretato come un faro: la ricerca biomedica italiana, europea e mondiale saprà accendere quella luce, passo dopo passo.

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