A cura di redazione –

13 ottobre 2025 – Oggi il mondo ha scelto di fermarsi, almeno simbolicamente, per celebrare la Giornata della Pace per la guerra in Palestina. Non è una ricorrenza formale, ma il grido di una coscienza collettiva che non può più accettare la normalizzazione del conflitto, delle vittime civili e della disperazione di intere generazioni.

Le piazze riempite da migliaia di persone, da Roma a New York, da Ramallah a Londra, raccontano che esiste un’umanità che rifiuta la logica della violenza. Un’umanità che non vuole schierarsi dietro le armi, ma dietro il principio universale che ogni vita conta, indipendentemente dalla bandiera sotto la quale nasce.
In un tempo in cui la guerra sembra diventata linguaggio politico e strumento di potere, questa giornata richiama tutti alla responsabilità. La pace non è mai un dono calato dall’alto, ma una costruzione fragile che richiede coraggio, dialogo e volontà. Chiederla oggi, in mezzo al fragore delle bombe, può sembrare utopico. Eppure, è proprio nei momenti più bui che diventa necessario ribadire che la violenza non potrà mai produrre giustizia.
La Palestina è ferita, Israele è ferito, il Medio Oriente intero è ferito. Ma a essere minacciata è anche la nostra stessa idea di civiltà: quella che dovrebbe mettere al centro i diritti, la dignità, la vita.
La Giornata della Pace non chiude i conflitti, ma può aprire spazi di coscienza. Non è un punto di arrivo, bensì un inizio: il ricordo che la pace non è un lusso, ma un’urgenza. Ed è compito di ciascuno di noi — cittadini, istituzioni, comunità religiose — non smettere di pretenderla.
Perché la pace non è un’utopia: è l’unica possibilità che resta.






