Redazione –

Milano, 14 ottobre 2025 — Una vita spezzata su un terrazzo. Una giovane donna che urlava per essere salvata. Un uomo che, incapace di accettare la fine di una relazione, sceglie la violenza estrema come risposta. Questo è il quadro atroce che emerge dal femminicidio di Pamela Genini, 29 anni, uccisa dal suo compagno in quello che non può essere derubricato come “un gesto isolato”.

Il contesto
Pamela era modella, imprenditrice nel campo del beachwear, anima libera con il sogno di costruirsi una vita autonoma e creativa.
Secondo le ricostruzioni dell’accaduto, la sera del 14 ottobre, in un appartamento nel quartiere Gorla a Milano, una discussione con il partner — Gianluca Soncin, 52 anni — è degenerata. L’uomo avrebbe afferrato Pamela e trascinata sul terrazzo, dove l’avrebbe colpita ripetutamente con un coltello.
Dopo l’aggressione, Soncin avrebbe tentato di togliersi la vita, ferendosi alla gola; è stato poi portato in ospedale e posto sotto custodia.
Le ombre dietro la tragedia
Dietro questa morte c’è qualcosa di più della cronaca: c’è il silenzio, lo stigma, la paura che ha preceduto il delitto.
Paura di denunciare: Pamela non aveva mai portato avanti una denuncia contro il compagno, per timore delle conseguenze che ciò avrebbe potuto avere su di lei o sulla madre. Segnali ignorati: alcune testimonianze trapelate affermano che lei aveva detto in modo chiaro: “Non posso lasciarlo, altrimenti mi ammazza.” Violenza pregressa mai emergente: si sospetta che Pamela subisse da tempo pressioni, minacce, forse anche violenza fisica.
Questi elementi mostrano un disegno tragico che non parte dal momento della coltellata, ma da una lunga escalation di dominio, paura e silenzi.
L’urlo della memoria
Quando luoghi che dovrebbero essere rifugio — la casa, il rapporto d’amore — diventano prigione, la tragedia si manifesta nel modo più barbaro.
Amici, colleghi, personaggi del mondo dello spettacolo e attivisti hanno espresso sgomento e rabbia. Vladimir Luxuria, che la conobbe sul set di un reality, la ricorda come “un raggio di sole” sul set: solare, autentica, gentile con tutti.
Il Comune di Cervia, da cui Soncin risulta originario, parla di “profondo sconcerto”, sottolineando che il femminicidio non è un fenomeno lontano ma tangibile ovunque.
Ma non basta ricordarla: serve che la sua morte non passi come un titolo fugace.
Il femminicidio come logica patriarcale
Questo non è solo un fatto di cronaca: è un messaggio brutale che il patriarcato diffonde da secoli: chi prova a uscire dal controllo maschile è punito.
“Femminicidio” non è un eufemismo giornalistico: è la definizione che indica l’omicidio di una donna per il solo fatto di essere donna, in un contesto relazionale intimo.
Ogni nuova vittima è un monito che noi, come società, non abbiamo ancora imparato a leggere fino in fondo.
Cosa fare per spezzare il silenzio
La morte di Pamela Genini ci impone un’esigenza morale e civile:
Accogliere il coraggio delle donne che denunciano Immagina chi vive nella paura ogni giorno: serve che le istituzioni — polizia, tribunali, servizi sociali — costruiscano percorsi protetti, credibili, protetti davvero. Educazione sentimentale nelle scuole La cultura del possesso, del controllo, del “se non sei con me, fai male” si radica spesso nell’adolescenza. Parlare di relazioni, rispetto, empatia, confini: è un investimento sulla vita. Rete territoriale attiva Ogni quartiere, città, dovrebbe avere una rete di ascolto qualificato, vicina, ben pubblicizzata — centri antiviolenza, sportelli psicologici, operatori che sappiano riconoscere i segnali. Mediazione del discorso pubblico L’aggressore non va presentato come “sconvolto”, “in un momento di weakness”: chi uccide per gelosia o controllo deve essere nominato col suo nome: carnefice, colpevole, non vittima. Il linguaggio ha responsabilità nella percezione del fenomeno.
Chi era Pamela?
Dietro ogni caso, dietro il titolo allarmante, c’è una persona: i sorrisi, i sogni, i progetti interrotti.
Pamela amava viaggiare, aveva una compagna fedele — la sua cagnolina Bianca — e camminava nel mondo con attenzione, desiderosa di autenticità.
Aveva sfilato, era salita sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia, aveva costruito insieme ad amici una linea di costumi, pensata per il caldo, per l’estate, per la bellezza che è libertà.
Oggi quella bellezza è una ferita aperta che chiede verità, giustizia, memoria.
Conclusione
Non possiamo restare spettatori: il femminicidio non è un “evento eccezionale”, ma l’esito più drammatico di una cultura che tollera il veleno del controllo, della paura, del silenzio.
La morte di Pamela Genini dovrebbe squarciare il velo dell’indifferenza, costringerci a interrogarci: quanti segnali ignoriamo? Quante voci non ascoltiamo?
Finché una sola donna dirà “ho paura, non posso andarmene”, la battaglia resta urgente. E il ricordo di Pamela non può essere un titolo morto: deve essere un richiamo permanente, una domanda rivolta a ciascuno di noi: in quale società vogliamo vivere — una che uccide nel silenzio oppure una che protegge nella luce?






