Marco Vannini rimarrà indelebile: Chi era mio figlio.


Marina Conte, la mamma del 20enne ucciso a Ladispoli, racconta il vissuto di suo figlio e le speranze per l’arrivo di una sentenza giusta: “Marco rimarrà indelebile”

Marco Vannini

“Marco rimarrà indelebile”. A parlare, intervistata dal Giornale.it, è Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, il 20enne di Cerveteri ucciso da un colpo di pistola, mentre si trovava nella casa della famiglia della fidanzata a Ladispoli. Sono passati anni da quella notte di maggio, in cui per la famiglia Vannini “il mondo si è fermato”. E ora, sono mamma Marina e papà Valerio a voler raccontare la loro verità sulla vicenda. Lo hanno fatto, con l’aiuto del giornalista Mauro Valentini che, insieme ai genitori di Marco ha scritto il libro Mio figlio Marco. La verità sul caso Vannini.

Marina, da dove nasce l’idea di scrivere un libro su Marco?

“È un’esigenza, nata dal voler trasmettere la storia di mio figlio al di fuori del processo. Avevo bisogno di far conoscere Marco a chi non lo conosceva. Lui, prima di quella notte, ha vissuto per 20 anni e io volevo che la gente sapessero che persona era. Ci ho pensato tanto prima di scriverlo, perché lui era un ragazzo molto riservato. Le persone quando mi incontravano, mi chiedevano come era mio figlio e io ho voluto metterlo per iscritto il nostro vissuto. Così, Marco rimarrà indelebile. I proventi del libro, poi, andranno in beneficenza ai Comuni di Cerveteri e Ladispoli, per attività sociali in nome di Marco: sono i luoghi in cui viveva mio figlio e ci sono stati molto vicini in questi anni”.

Chi era Marco?

“Marco era mio figlio. L’abbiamo desiderato tanto e quando è nato era bellissimo, forte e sano, poi ha iniziato a crescere a vista d’occhio. Era sempre sorridente, nelle foto che abbiamo di nostro figlio, lui sorride sempre. L’unica foto in cui non ride è quella, fatta in formato tessera per un documento, che c’è sulla copertina del libro, ma c’è un motivo: è stata messa apposta per far capire che non c’è niente da ridere, che anche se all’inizio il libro parla di una vita allegra e gioiosa, poi la situazione cambia. Marco era sempre disposto ad aiutare gli altri e aveva tanti sogni nel cassetto: voleva volare con le Frecce Tricolori e io sono sicura che ci sarebbe riuscita. E non lo dico perché era mio figlio. Lui era il figlio, l’amico, il cugino che tutti vorrebbero avere”.

Lei ha detto che quando deve scrivere la data su un documento, è sempre tentata di scrivere 2015. È rimasta ferma a quella notte?

“Mi capita sempre, ogni volta che devo scrivere una data. Perché per noi il mondo si è fermato a quella maledetta notte. Siamo noi ad essere condannati all’ergastolo. Da quel giorno continuiamo a sopravvivere. Lo facciamo vivendo dei ricordi di Marco e mantenendolo vivo: continuiamo a fare tutto come se lui fosse ancora qui. Anche in casa si sente forte la presenza di mio figlio. Pensi che il giornalista Mauro Valentini, che ci ha aiutato a scrivere il libro, quando è entrato in casa nostra ha avuto la sensazione che Marco fosse lì”.

Che cosa spera adesso?

“A me Marco non lo ridarà più nessuno. Quindi non mi importa tanto degli anni di condanna, ma del messaggio che c’è dietro: se si fa un’azione sbagliata, bisogna pagare. Spero in una sentenza giusta: la nostra è una giustizia lenta, ma alla fine arriva. Voglio che a mio figlio vengano ridati rispetto e dignità. In Cassazione si è avverato il miracolo, segno che tutto può succedere e ora aspetto fiduciosa la sentenza di settembre. Fino a che vivrò, terrò alta l’attenzione su Marco”.