L’inchiesta – Tutto come previsto, lookdown azzera tutto, quello che non vi dicono. Il virus sparirà? Secondo la scienza non prima del 2023

Di Angelo Palazzini

Il nuovo coronavirus è destinato a restare. Gli scenari delineati dai modelli previsionali per i prossimi mesi e anni sono vari, ma tutti concordano che Covid-19 non se ne andrà tanto presto. E che molto di ciò che accadrà dipende dalle scelte dei governi e delle persone. La realtà? Almeno fino alla fine del 2023

Giugno 2021. Il mondo è in stato di pandemia da un anno e mezzo. Il virus continua a diffondersi a ritmo lento; i lockdown intermittenti sono la nuova normalità. Un vaccino approvato offre una protezione di sei mesi, ma gli accordi internazionali ne hanno rallentato la distribuzione. Si stima che in tutto il mondo siano state contagiate 250 milioni di persone, e che le vittime siano 1,75 milioni.

Scenari come questo ipotizzano come si potrebbe sviluppare la pandemia di COVID-19. In tutto il mondo gli epidemiologi stanno realizzando proiezioni a breve e a lungo termine in modo da prepararsi alla diffusione di SARS-CoV-2, il virus che provoca COVID-19, così da mitigarne, potenzialmente, le conseguenze.

Ma nella varietà di previsioni e cronologie, gli esperti concordano su due punti: COVID-19 non se ne andrà tanto presto e il futuro dipende da molte incognite, per esempio la durata dell’immunità al virus, l’eventuale influenza delle stagioni sulla sua diffusione e – forse l’aspetto più importante – le scelte dei governi e delle persone. “Molti posti stanno riaprendo e molti altri no. Non sappiamo ancora bene che cosa succederà”, commenta Rosalind Eggo, esperta di modellazione di malattie contagiose alla London School of Hygiene & Tropical Medicine (LSHTM).

“Il futuro dipenderà in gran parte da come ricominceranno le interazioni sociali e dal tipo di prevenzione che adotteremo”, dice Joseph Wu, epidemiologo dell’Università di Hong Kong.  Modelli recenti ed evidenze ricavate dai lockdown che hanno funzionato indicano che i cambiamenti comportamentali possono ridurre la diffusione di COVID-19 se sono rispettati dalla maggioranza delle persone, anche se non per forza da tutte.

Turisti a Roma il 7 agosto scorso (© Louise Meresse/SIPA/AGF)Al 10 agosto, il numero dei contagi confermati in tutto il mondo è prossimo a 20 milioni, con circa 728.000 morti [NdR: qui i rapporti quotidiani dell’OMS]. In molti paesi, i lockdown si stanno allentando e perciò alcuni credono che la pandemia stia per finire, dice Yonatan Grad, epidemiologo alla Harvard T. H. Chan School of Public Health a Boston, in Massachusetts. “Ma non è così. È destinata a durare.”

Per esempio, se l’immunità al virus dura meno di un anno, come nel caso di altri coronavirus umani in circolazione, potrebbero esserci picchi annuali dei contagi da COVID-19 fino al 2025 e oltre. Ecco una sintesi di ciò che dice la scienza sui prossimi mesi e anni.

Che cosa succederà nei prossimi mesi?
La pandemia si sta svolgendo in modi diversi da un luogo all’altro. Paesi come Cina, Nuova Zelanda e Ruanda hanno raggiunto un numero basso di casi – dopo lockdown di durata variabile – e stanno allentando le restrizioni, restando però attenti ai nuovi focolai. Altrove, per esempio negli Stati Uniti e in Brasile, i casi sono in rapido aumento dopo che il governo ha revocato rapidamente il lockdown o non l’ha nemmeno applicato in tutto il paese.

Il secondo gruppo è quello che desta più preoccupazioni tra gli esperti. In Sudafrica, che oggi è quinto al mondo per numero totale di casi di COVID-19, un consorzio di esperti stima che il paese possa aspettarsi un picco ad agosto o settembre, con circa un milione di casi attivi, e in totale addirittura 13 milioni di casi sintomatici entro l’inizio di novembre. In termini di risorse ospedaliere, “in alcune zone stiamo già superando la ricettività, quindi credo che il nostro scenario più ottimista non sia buono”, dice Juliet Pulliam, direttrice del South African Centre for epidemiological modelling and analysis all’Università di Stellenbosch.

Ma mentre i lockdown si vanno allentando, ci sono notizie incoraggianti. Le prime evidenze indicano che i cambiamenti nel comportamento personale, come lavarsi le mani e indossare la mascherina, rimangono anche dopo la fine dell’isolamento rigoroso, e questo aiuta ad arginare l’aumento dei contagi.

© AGFIn un rapporto di giugno, un team del MRC Centre for global infectious disease analysis dell’Imperial College di Londra ha rilevato che in 53 paesi che hanno cominciato la riapertura l’aumento dei contagi è stato inferiore a quello previsto in base ai dati precedenti. “Si sottovaluta quanto è cambiato il comportamento della gente in merito alle mascherine, al lavaggio delle mani e al distanziamento sociale. È del tutto diverso da prima”, dice Samir Bhatt, epidemiologo dell’Imperial College di Londra e coautore dello studio.

Quanto contano i comportamenti
I ricercatori che lavorano nei punti più caldi della pandemia stanno studiando l’utilità di questi comportamenti. All’Università Anhembi Morumbi di San Paolo, in Brasile, il biologo computazionale Osmar Pinto Neto e i suoi colleghi hanno realizzato oltre 250.000 modelli matematici di strategie di distanziamento sociale definite come costanti, intermittenti o “calanti” – con restrizioni ridotte per gradi – oltre a interventi sul comportamento, come indossare la mascherina e lavarsi le mani.

Il team ha concluso che se il 50-65 per cento delle persone adotta precauzioni nei luoghi pubblici, ridurre le misure di distanziamento sociale ogni 80 giorni può contribuire a evitare altri picchi di contagi nei prossimi due anni. “Abbiamo bisogno di cambiare il nostro modo di interagire con gli altri”, spiega Neto. E aggiunge che, nel complesso, il fatto che i comportamenti possono fare una netta differenza nella trasmissione della malattia perfino senza i test o un vaccino, è una buona notizia.

Jorge Velasco-Hernández, che studia modelli di malattie infettive all’Universidad Nacional Autónoma de México a Juriquilla, ha esaminato con i suoi colleghi anche l’equilibrio tra lockdown e protezione personale. Ha così scoperto che se in seguito ai lockdown volontari cominciati a fine di marzo il 70 per cento della popolazione messicana avesse adottato rigorosamente misure personali come lavarsi le mani e indossare la mascherina, la diffusione della malattia nel paese sarebbe calat, dopo un picco verso la fine di maggio o l’inizio di giugno.

Il governo però ha revocato le misure di chiusura il primo giugno e, invece di calare, l’alto numero settimanale di vittime di COVID-19 si è stabilizzato. Il team di Velasco-Hernández pensa che due festività nazionali abbiano fatto da eventi di superdiffusione, provocando alti tassi di contagio appena prima che il governo revocasse le restrizioni.

Covid-19: come ci si trasforma in superdiffusori

di Christie Aschwanden/Scientific AmericanSecondo i ricercatori, nelle regioni in cui COVID-19 appare in calo il metodo migliore è una sorveglianza attenta basata su test, isolamento dei nuovi casi e tracciamento dei loro contatti. È, per esempio, la situazione di Hong Kong. “Sperimentiamo, facciamo osservazioni e ci adattiamo lentamente”, spiega Wu, secondo cui la strategia eviterà un ritorno massiccio dei contagi, a meno che l’aumento del traffico aereo non provochi un numero consistente di casi importati.

Tracciare i contatti
Ma  quanti tracciamenti di contatti e quarantene servono esattamente per riuscire a contenere un’epidemia? Un’analisi del gruppo di lavoro COVID-19 presso il Centre for the mathematical modelling of infectious Diseases della LSHTM ha simulato nuovi focolai con una contagiosità variabile, partendo da 5, 20 o 40 nuovi casi. Il team ha concluso che per tenere sotto controllo un’epidemia il tracciamento dei contatti deve essere rapido ed esteso, cioè raggiungere l’80 per cento dei contatti entro pochi giorni. Adesso – spiega la coautrice Eggo – il gruppo sta valutando l’efficacia del tracciamento digitale dei contatti e per quanto tempo si possono realisticamente tenere in quarantena le persone esposte. “È molto importante trovare l’equilibrio tra una strategia tollerabile dalle persone e una che riesca a contenere un’epidemia.”

Tracciare l’80 per cento dei contatti potrebbe essere quasi impossibile nelle regioni che devono ancora affrontare migliaia di nuovi contagi ogni settimana e dove probabilmente perfino i numeri più alti di casi sono sottostimati. Uno studio in preprint effettuato a giugno da un team del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che ha analizzato dati sui test di COVID-19 provenienti da 86 paesi, suggerisce che a livello globale il numero dei contagi sia 12 volte maggiore delle cifre ufficiali e quello delle vittime del 50 per cento. “I casi sono molto più numerosi di quanto dicono i dati. Di conseguenza il rischio di contagio è più alto di quanto si può credere”, commenta John Sterman, coautore dello studio e direttore del MIT System Dynamics Group.

Per ora – spiega Bhatt – gli sforzi di contenimento, come il distanziamento sociale, devono continuare il più a lungo possibile per evitare una forte seconda ondata. “Almeno fino ai mesi invernali, quando il rischio tornerà a salire”.

Che succederà quando arriva il freddo?
È ormai chiaro che l’estate non ferma il virus in modo uniforme, ma nelle regioni temperate il tempo caldo potrebbe facilitarne il contenimento. Secondo gli esperti, nelle zone dove farà più freddo nella seconda metà del 2020 probabilmente i contagi aumenteranno.

Molti virus respiratori umani – quello dell’influenza, altri coronavirus umani e il virus respiratorio sinciziale (RSV) – seguono oscillazioni stagionali che provocano epidemie in inverno, quindi è probabile che SARS-CoV-2 faccia altrettanto. “Mi aspetto che in inverno il tasso di infezione da SARS-CoV-2 peggiori, e potenzialmente anche l’esito della malattia”, spiega Akiko Iwasaki, immunobiologa alla Yale School of Medicine a New Haven, in Connecticut. Aggiunge che stando alle prove l’aria invernale secca migliora la stabilità e la trasmissione dei virus respiratori, e le difese immunitarie delle vie respiratorie potrebbero essere indebolite dall’inalazione di aria secca.

Variazione stagionale di una frazione di test CoV positivi tra il 2010 e il 2019 in uno studio svedese. Tutti i CoV mostrano un netto calo in estate e in autunno, con un picco di HKU1/OC43 nel periodo gennaio-dicembre e un picco di NL63 e 229E nel periodo febbraio-marzo. (Da Neher Richard A. et al./ Swiss Medical Weekly – open access)Inoltre, con il freddo è più probabile che la gente stia al chiuso, dove il rischio di trasmissione del virus attraverso le goccioline è maggiore, come spiega Richard Neher, biologo computazionale all’Università di Basilea, in Svizzera. Le simulazioni del gruppo di Neher dimostrano che probabilmente la variazione stagionale influirà sulla diffusione del virus e questo inverno potrebbe rendere più difficile il suo contenimento nell’emisfero boreale.

In futuro le epidemie di SARS-CoV-2 potrebbero arrivare a ondate ogni inverno. Il rischio per gli adulti che hanno già avuto COVID-19 si potrebbe ridurre, come nel caso dell’influenza, ma dipenderebbe – continua Neher – dalla durata dell’immunità a questo coronavirus. Inoltre, in autunno e inverno la combinazione di COVID-19, influenza e RSV potrebbe creare problemi, aggiunge Velasco-Hernández, che sta elaborando un modello delle possibili interazioni tra questi virus.

Non sappiamo ancora se il contagio di altri coronavirus umani possa dare una protezione contro SARS-CoV-2. In un esperimento con colture cellulari di SARS-CoV-2 e SARS-CoV, suo parente stretto, gli anticorpi di un coronavirus riuscivano a legarsi all’altro, ma senza disabilitarlo o neutralizzarlo.

Perché la pandemia finisca, il virus deve essere eliminato in tutto il mondo – un evento quasi impossibile secondo gran parte degli scienziati visto quanto si è diffuso – oppure la gente deve raggiungere un’immunità sufficiente attraverso i contagi o un vaccino. Si stima che, per realizzare questo obiettivo, debba essere immune tra il 55 e l’80 per cento della popolazione, a seconda dei paesi.

Il difficile calcolo dell’immunità di gregge

di Kevin Hartnett/Quanta MagazinePurtroppo, stando ai primi rilevamenti la strada è ancora lunga. Le stime basate sui test degli anticorpi – che rivelano se una persona è stata esposta al virus e ha sviluppato i relativi anticorpi – indicano che è stata contagiata solo una piccola parte della popolazione, un dato suffragato dai modelli della malattia. Uno studio su 11 paesi europei ha calcolato – in base ai dati sul rapporto tra contagi e morti, e sul numero di morti – un tasso di infezione del 3-4 per cento fino al 4 maggio. Negli Stati Uniti, dove COVID-19 ha provocato oltre 160.000 vittime, una rilevazione su migliaia di campioni di siero coordinata dai Centers for disease control and prevention ha scoperto che la prevalenza degli anticorpi variava dall’1 al 6,9 per cento, a seconda del luogo.

Che cosa succederà nel 2021 e oltre?
L’andamento della pandemia nel prossimo anno dipenderà molto dall’arrivo di un vaccino e da quanto durerà la protezione del sistema immunitario dopo la vaccinazione o la guarigione. Molti vaccini – per esempio quelli contro il morbillo o la polio – proteggono per decenni, mentre altri, come quelli contro la pertosse e l’influenza, perdono efficacia col tempo. Allo stesso modo, alcune infezioni virali provocano un’immunità duratura e altre una reazione più transitoria. “L’incidenza totale di SARS-CoV-2 fino al 2025 dipenderà fortemente dalla durata dell’immunità”, hanno scritto Grad, Marc Lipsitch, anch’egli epidemiologo ad Harvard, e colleghi in un articolo pubblicato a maggio che esplora gli scenari possibili.

La prevalenza di SARS-CoV-2 (in nero) e altri coronavirus (OC43, in blu, e HKU1, in rosso) per alcuni scenari: con un’immunità a SARS-CoV-2 di breve durata (A) si prevedono focolai annuali, mentre un’ immunità più lunga (B) produrrebbe focolai maggiori biennali. Una forte variazione stagionale nella trasmissione ridurrebbe il picco, ma con possibili focolai invernali più gravi in seguito (C). Un’immunità a lungo termine potrebbe eliminare il virus (D). Se invece l’immunità ha durata intermedia e altri coronavirus (OC43 e HKU1) danno un’immunità crociata intermedia, dopo un periodo di apparente eliminazione (E) potrebbe esserci un ritorno di SARS-CoV-2 già nel 2024  (Da Stephen M. Kissler et al./Science – open access)Per ora, i ricercatori non sanno molto sulla durata dell’immunità a SARS-CoV-2. Uno studio sui pazienti in via di guarigione ha rilevato che gli anticorpi neutralizzanti persistevano per un massimo di 40 giorni dall’inizio dell’infezione; altri studi indicano che i livelli di anticorpi diminuiscono nel giro di settimane o mesi. Se COVID-19 segue un andamento simile alla SARS, gli anticorpi potrebbero mantenersi a un alto livello per cinque mesi e poi calare lentamente nel corso di due-tre anni.

La produzione di anticorpi però non è l’unica forma di protezione immunitaria; anche i linfociti B e T memoria difendono dai contatti futuri con il virus, e per ora non si sa molto sul loro ruolo nell’infezione da SARS-CoV-2. Per avere una risposta chiara sull’immunità i ricercatori dovranno seguire molte persone per molto tempo, spiega Michael Osterholm, direttore del Center for infectious disease research and olicy (CIDRAP) dell’Università del Minnesota a Minneapolis. “Dovremo aspettare.”

Guida al fattore R, il parametro incompreso della pandemia

di David Adam/NatureSe i contagi continuano a crescere rapidamente senza un vaccino o un’immunità duratura, dice Grad, “vedremo una circolazione del virus regolare ed estesa”. In quel caso il virus diventerebbe endemico, spiega Pulliam: “Sarebbe davvero grave”. E non è un’ipotesi campata in aria: ogni anno oltre 400.000 persone muoiono di malaria, una malattia prevenibile e curabile. “Questi scenari più pessimisti – aggiunge Bhatt – si presentano già in molti paesi con malattie prevenibili, provocando enormi perdite di vite.”

Secondo il team di Harvard, se il virus determina un’immunità di breve durata – analogamente ad altri due coronavirus umani, OC43 e HKU1, in cui dura intorno alle 40 settimane – ci si può contagiare di nuovo, e potrebbero esserci epidemie annuali. Un rapporto complementare del CIDRAP, basato sulle tendenze di otto pandemie globali di influenza, indica una forte presenza di COVID-19 per almeno i prossimi 18–24 mesi, o con una serie di picchi e valli in graduale diminuzione, o con una “cottura a fuoco lento”, una trasmissione continua senza un chiaro andamento a ondate.

Previsioni e incertezze
Questi scenari però restano solo ipotesi – spiega Osterholm – perché finora questa pandemia non ha seguito lo schema dell’influenza pandemica. “Ci troviamo di fronte a una pandemia da coronavirus che non ha precedenti.”

Un’altra possibilità è che l’immunità a SARS-CoV-2 sia permanente. In questo caso, anche senza un vaccino è possibile che il virus, dopo avere colpito in tutto il mondo, si esaurisca e scompaia da sé entro il 2021. Ma il team di Harvard ha scoperto che se invece l’immunità fosse moderata, intorno ai due anni, il virus potrebbe dare l’impressione di scomparire, per poi ritornare già nel 2024.

Quella previsione però non tiene conto dello sviluppo di vaccini efficaci. Secondo Velasco-Hernández è improbabile che non si arrivi mai a un vaccino, vista la mole di lavoro e denaro dedicata a questo obiettivo, e al fatto che alcuni candidati sono già in fase di test sugli esseri umani. L’Organizzazione mondiale della sanità riferisce che sono in corso di sperimentazione su esseri umani 26 vaccini per COVID-19, 12 dei quali in studi di fase II e 6 in fase III. Anche se la protezione di un vaccino dovesse essere incompleta – spiega Wu – sarebbe comunque un aiuto, perché ridurrebbe la gravità della malattia ed eviterebbe il ricovero. In ogni caso ci vorranno mesi per produrre e distribuire un vaccino efficace.

COVID-19 non colpirà tutto il mondo nella stessa misura. Secondo Eggo, nelle regioni con una popolazione più vecchia il numero di casi potrebbe essere sproporzionatamente alto nelle fasi successive dell’epidemia; un modello matematico realizzato dal suo team, pubblicato a giugno e basato su dati di sei paesi, indica che tra i bambini e le persone con meno di vent’anni la predisposizione al contagio è circa la metà rispetto agli adulti più anziani.

C’è una cosa che accomuna ogni nazione, città e comunità colpita dalla pandemia. “C’è ancora moltissimo che non sappiamo su questo virus – commenta Pulliam – e finché non avremo dati migliori continueremo a essere pieni di incertezze.”