di Cristina Baldini

Alle 19:34 di domenica 23 novembre 1980 un sisma di magnitudo 6.9 della scala Richter distrusse interi comuni in Campania e Basilicata, causando quasi tremila vittime, 8.848 feriti e 300mila sfollati

Terremoto in Irpinia, a quarant’anni da quel terribile 23 novembre 1980

Terremoto in Irpinia, a quarant'anni da quel terribile 23 novembre 1980

E’ difficile spiegare cosa si prova quando la terra comincia a tremare. E a farlo sempre più forte. E’ difficile descrivere con le parole la terribile vista del terremoto radere al suolo edifici e speranze, vite, il tuo paese, la tua famiglia. A quarant’anni da quel tragico 23 novembre 1980, il sisma dell’Irpinia è una ferita ancora aperta: per una ricostruzione non ancora completata, per una riqualificazione di fatto mai intrapresa, per i ricordi strazia(n)ti di chi in 90 secondi ha perso tutto. Perché alle 19:34 di una domenicain apparenza normale un sisma di magnitudo 6.9 della scala Richter fratturò anima e ossa di Irpinia e Basilicata, causando quasi tremila vittime.

Il 24 novembre “Il Mattino” di Napoli titolava: “I morti sono centinaia”. Ma il giorno seguente fu costretto a ritrattare: “I morti sono migliaia. FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla”. Tra le macerie e la polvere si scavava a mani nude, alternando momenti di assoluto silenzio per ascoltare eventuali gemiti e richiami di aiuto. Ogni piazza e luogo aperto diventava un rifugio o un campo di accoglienza. I numeri finali furono drammatici: 2914 le vittime, 9000 i feriti, 300.000 gli sfollati. Tre le Regioni colpite: Campania, Basilicata e Puglia. Fu devastata un’area grande quanto il Belgio. Sei milioni le persone coinvolte.

Le foto

Di fronte a quel dolore, da ogni parte d’Italia, e non solo, si animò un’ondata di sincera generosità. In tanti, soprattutto giovani, accorsero in Irpinia per aiutare la popolazione locale. Arrivò anche lo scrittore romano Alberto Moravia, che in un lungo articolo sul settimanale L’Espresso scrisse: “Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano; adesso sono macerie e sotto quelle macerie stanno sepolti gli abitanti, altrettanto invisibili che i morti di quel cimitero che vedo laggiù”. Raggiunsero l’Irpinia anche Papa Giovanni Paolo II e il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Celebre l’intervento televisivo del 26 novembre del Presidente Pertini, quando, appena ritornato a Roma dall’Irpinia, denunciò fermamente i ritardi e le inadempienze dei soccorsi.null

La Protezione Civile era ancora agli albori. Solo dieci anni prima, nel 1970, a seguito dell’Alluvione di Firenze e del terremoto del Belice, fu emanata la prima legge che delineava i concetti di protezione civile e di calamità naturali. Ma, a dieci anni dalla sua approvazione, la legge non aveva ancora ricevuto il completamento dei suoi regolamenti di attuazione, e quindi la protezione civile era di fatto una mera disposizione cartacea. L’intervento dell’allora Capo dello Stato scatenò un terremoto politico: fu rimosso Attilio Lobefalo, il prefetto di Avellino, si dimise Virginio Rognoni, l’allora Ministro dell’Interno, e a coordinare i soccorsi fu chiamato il commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che aveva già dato una buona prova nella gestione dell’emergenza derivante dal terremoto del Friuli quattro anni prima.

Il terremoto dell’Irpinia non è stato un evento spartiacque solo per la storia della nostra Provincia, ma segnò un momento di svolta a livello nazionale, sia nella gestione delle emergenze territoriali sia nel perfezionamento delle norme in materia di ricostruzione dei territori altamente sismici. Risale al 1981, infatti, il regolamento di esecuzione della legge che finalmente definisce e disciplina la protezione civile come compito primario dello Stato.

Così l’Irpinia divenne d’improvviso nota al grande pubblico, attraverso le immagini televisive che mostravano un territorio arretrato, sconosciuto ai più, apparentemente fermo al secondo dopoguerra, non molto lontano dalle immagini descritte nel Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. La catastrofe come processo di accelerazione della storia. Così scrive Toni Ricciardi, professore di storia delle migrazioni presso l’Università di Ginevra, nel suo recente libro “Il Terremoto dell’Irpinia. Cronaca, storia e memoria dell’evento più catastrofico dell’Italia repubblicana”. L’accademico descrive la catastrofe come un momento in cui, improvvisamente, si sono accesi i riflettori su una realtà e si sono scoperte situazioni che conoscevamo già, ma che non volevamo vedere. Lo stesso concetto è applicabile anche all’attuale drammatica pandemia da Covid-19: improvvisamente la nostra Provincia, come tante altre, ha “scoperto” difficoltà già note, dalla mancata copertura della rete internet in fibra ottica in molte zone, da cui derivano evidenti impedimenti per smart working e didattica scolastica a distanza, ai problemi relativi alla sanità e ai trasporti pubblici.

Sul modello del terremoto del Friuli del 1976, anche in Irpinia la ricostruzione venne incentrata sul rilancio industriale, un tentativo di recuperare un “non investimento” mai promosso nel territorio. Tristemente nota è la cattiva gestione di tale rilancio, a partire dal numero troppo elevato di aree industriali, nonché dal malaffare, dallo spreco di risorse e dalla volontà di talune imprese di trarre il solo profitto dei contributi pubblici per poi dichiarare rapidamente il fallimento. Va però sottolineato che durante il post-terremoto riuscirono a fiorire delle realtà industriali tutt’oggi ancora attive, come la Ferrero di Sant’Angelo dei Lombardi e di Balvano o l’area industriale di Morra de Sanctis.

Le tragiche conseguenze del sisma hanno contribuito all’annosa questione dell’emigrazione, un elemento identitario dell’Irpinia già a partire dal trentennio precedente. La popolazione irpina ha visto, infatti, il suo picco di abitanti nel 1951 (493.742 abitanti). A partire da quell’anno, vi è stato un netto calo demografico: nel 1981 la popolazione residente scese di oltre il 12%, contando 434.021 abitanti, mentre oggi, nel 2020, la Provincia di Avellino conta un numero di abitanti ancora inferiore, pari a 413.926. Il delicato problema dello spopolamento, tipico delle aree interne, andrebbe affrontato con rigore, puntando e investendo su servizi e infrastrutture tali da mettere in connessione i nostri territori con il resto del Paese. Il turismo a misura di borghi e l’enogastronomia da soli non bastano per mantenere e riportare i giovani in Irpinia.