Mezzanotte silente in una Roma come in tempo di guerra

Roma mai è stata così silenziosa, sotto le Feste, se non in quel terribile inverno del ’43: occupata e umiliata, vuota di razzie e requisizioni.

Natale Roma Coronavirus

© Francesco Fotia / Agf – Roma deserta di nottehttps://tpc.googlesyndication.com/safeframe/1-0-37/html/container.html

Metà al buio com’è, con la sola Lanterna che emana un fascio di chiaro dall’altezza della sfera, la Cupola di San Pietro finisce per ricordare una lampadina da 15 watt che inizia a fare i capricci nella camera da letto di una vecchia zia, che abita in campagna. Fioca la lampadina, fioca la Lanterna. Ricordi di una generazione che vide la guerra e il dopoguerra, la caduta e l’incertezza. Le asperità dei tempi in attesa del ritorno alla serenità.

Roma mai è stata così silenziosa, sotto Natale, se non in quel terribile inverno del ’43: occupata e umiliata, vuota di razzie e requisizioni. Se la fame non è quella di allora lo è magari l’incertezza: sarà perché i nipoti nati con il Boom non hanno la stessa capacità di adattarsi alle ristrettezze dei nonni che il Miracolo lo crearono. Notte Santa, notte silente.

Non è esagerazione, il raffronto. Leggiamo i ricordi di un grande giornalista come Sergio Lepri di quel Natale e scopriamo quante cose in comune ci sono con allora. “Di Natali di guerra ce ne sono stati già tre, ma questo è più triste degli altri, alla fine di un anno pieno di speranze e poi di delusioni, di felicità e poi di sconforto”, scriveva, “Non c’è più certezza di niente. La guerra invece di terminare continua. E come andrà a finire? C’è il coprifuoco; non c’è stata la messa di mezzanotte. A messa i fedeli sono andati stamani e il sacerdote ha parlato del messaggio natalizio del Papa”.

Oggi tutti aspettano il V-Day, il giorno dei vaccini. A quei tempi tutti aspettavano il V-Day, il giorno della Vittoria. La differenza è quasi unicamente lessicale, la sostanza coincide. E anche se oggi non ci sono le pecore al pascolo a Villa Borghese e gli orti di guerra nell’aiola di Piazza Venezia, nessuno o quasi può dire di non aver sentito raccontare della povertà che cresce, o di famiglie in difficoltà in coda alla Caritas.

Piazza Venezia l’abete del Comune svetta in splendida solitudine in un ambiente deserto, mentre gli autobus di mezzanotte se ne vanno: senza un passeggero, come quando sono partiti dal capolinea. L’unica luminaria degna di questo nome è su via del Corso, inondata di luce come se nulla fosse. Ma una scelta originale ha frapposto, alle cascate di lampadine, citazioni che stridono poco opportune, stornellate stonate. “Le ragazze famo innamora’” promettono mentre, sotto, i marciapiedi che per generazioni sono serviti proprio all’incontro a scopo sentimentale sono riempiti da passi tardi e lenti. L’amore, ai tempi del covid, è altra cosa.

“Roma bella m’appare” dicono anche, e qualche non si è lontani dalla realtà, perché lo spettacolo in qualche caso è effettivamente da Grande Bellezza. Se mancano le luminarie delle strade (a Testaccio una volta srotolavano addirittura i tappeti rossi lungo i marciapiedi) e le poche che ci sono hanno la presa staccata alle 18, le fontane gocciolano gloria, barocche e fulgide di acqua radiosa che pare appena sgorgata, in questo gioco ottico, da fonte d’alta montagna. Gli stemmi dei papi che le fecero costruire ribadiscono il fulgore antico. Ma si gira l’angolo e dietro Piazza Navona, al riparo di una scritta inneggiante agli ultrà della Roma, un mucchio di sacchetti della spazzatura riconduce sulla caducità del presente.    

Tutto scorre, dalle fontane al Tevere sotto Ponte Sisto, che una leggenda romana vuole percorso tutti i giorni dalla carrozza di Donna Olimpia Pamphilj, con il cappuccio gonfio di vento che le lascia scoperte le gote ormai grassocce di donna adusa al potere e ai quattrini. Nemmeno le anime errabonde delle notti romane si muovono tra Trastevere e Parione, neppure Donna Floria, la svampita nobildonna che Antonio Pietrangeli fece impersonare a Sandra Milo in “Fantasmi a Roma” nel lontano 1961.

L’unica cosa che vi somigli è il Mascherone di via Giulia, con la bocca aperta in una smorfia e l’acqua che solo qui è stata tagliata. I sampietrini di Campo de’ Fiori invece sono lucidi d’umidità come se vi avessero passato la cera, mentre in realtà sono solo gli spazzoloni della camionetta della nettezza urbana. Luci gialle intermittenti sotto il naso di Giordano Bruno e vicino il nasone che non smette di lavorare, di bronzo inossidabile com’é. Ma le luci dove sono? Qualche negozio le azzarda, ma dalle finestre e dai balconi ne pendono veramente poche.

Persino a Piazza Navona ve ne sono una, due, forse tre. No, due: la terza si spegne tutta insieme proprio mentre ci passi sotto, ad aumentare l’effetto deprimente. Del resto, non ha senso scialare con gli addobbi: le bancarelle quest’anno non ci sono. Nemmeno una, nemmeno una statuina del presepe piccina così. In passato ci fu un mezzo litigio con il Comune, e un mezzo boicottaggio. Quest’anno il virus li ha messi tutti d’accordo: restiamo tutti a casa e pace sarà. Miracolo del Natale.