“Il 3 gennaio due ragazzini pachistani sono stati fatti spogliare dai poliziotti croati, erano qui. Via le giacche, le scarpe e anche le calze. «Adesso tornate indietro! Conoscete la strada, la Bosnia è di là». Chi prova a passare il confine viene torturato, irriso, fotografato come un trofeo, pestato, marchiato”. Questo è il bosco dove da cinque anni l’Europa rinnega se stessa.

Ecco una parte del drammatico racconto dell’inviato Niccolò Zancan a Veliki Obljaj, in Croazia, vicino al bosco che confina con la Bosnia da dove passano i profughi.

Se siamo qui è per Alì il pazzo, che non era affatto pazzo prima di dover tornare anche lui indietro a piedi nudi nella neve. Ha visto staccarsi le falangi dai piedi una dopo l’altra. La necrosi dovuta al congelamento gli saliva alle caviglie. «I poliziotti croati sono dei fascisti», ha detto seduto su una sedia davanti al ristorante «Addem» di Velika Kladusa, quando lo hanno soccorso. È nei giorni successivi che ha incominciato a sragionare, dopo il settimo tentativo fallito. Quando ha capito che non avrebbe mai raggiunto suo figlio in Germania. Lo sapeva in una parte della testa, ma si rifiutava di prenderne atto. «Salirò su un aereo, andrò in Germania, staremo insieme», ripeteva a cantilena. Alì il pazzo si opponeva all’amputazione. Stava sempre peggio. È stato suo fratello, rintracciato in un sobborgo di Tunisi, a firmare l’autorizzazione per l’operazione chirurgica. Ma gli hanno amputato i piedi quando era troppo tardi.

L’orrore vicino a noi