È stato a capo della Banca centrale europea e della Banca d’Italia, e secondo gli osservatori internazionali tre sue parole — «whatever it takes» — hanno di fatto salvato la moneta unica, nel luglio del 2012

«Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato per questa mattina alle 12 al Quirinale il professor Mario Draghi». Così, alle 21:33 del 2 febbraio, il capo dello Stato ha ufficializzato la decisione di affidare a Draghi il tentativo di formare un governo tecnico, «di alto profilo», dopo le dimissioni di Giuseppe Conte.

Mario Draghi — nato a Roma il 3 settembre 1947, dal 1973 sposato con Serenella, due figli — si laurea all’università La Sapienza di Roma nel 1970, con l’economista Federico Caffè, per poi ottenere un dottorato in Economia al Massachusetts Institute of Techonology.

Dopo essere stato accademico di rango (all’Università di Trento, di Padova e di Venezia), tra il 1984 e il 1990 è Direttore esecutivo della Banca Mondiale e, dal 1991 al 2001, diventa Direttore generale del ministero del Tesoro.

Prima di diventare Governatore della Banca d’Italia nel 2005, compie un passaggio ai vertici europei in Goldman Sachs, una delle principali banche d’affari a livello globale.

Nel 2011 diventa il terzo presidente della Banca centrale europea.

Quando assume l’incarico, come scritto qui, lo scenario economico europeo e mondiale è scosso dalle conseguenze della Grande crisi finanziaria iniziata nel settembre del 2008 con il fallimento della banca statunitense Lehman Brothers.

Un evento che condizionerà il suo intero mandato e che lo impegnerà negli otto anni trascorsi alla guida della Bce nel contrastare gli effetti della Grande crisi: calo dei prezzi (deflazione), recessione, e la stessa minaccia esistenziale alla sopravvivenza dell’euro dovuta alla crisi fiscale e bancaria di molti Paesi periferici dell’euro: Italia, Spagna, Irlanda e Grecia.

È in quel ruolo che — il 26 luglio del 2012, alla UKTI’s Global Investment Conference di Londra — pronunciò le parole che diedero una svolta alla crisi dell’euro, «salvando» di fatto la moneta unica.

In quell’occasione, Draghi sostenne infatti che la Banca centrale europea era pronta a fare «whatever it takes» — «qualunque cosa serva» — per salvare la moneta unica: «and believe me», aveva aggiunto, «it will be enough» («e credetemi, sarà abbastanza»).

Furono quelle parole (prese, come scritto qui da Federico Fubini, da un telefilm: «perché lui e sua moglie da anni nel tempo libero sono ghiotti di serie americane», e da allora entrate anche nell’Enciclopedia Treccani) a mettere in ritirata la marea speculativa: «Era il segnale che la Bce era diventata un prestatore di ultima istanza per il sistema dell’euro e già solo sapere che c’era era tanto da paralizzare la speculazione ribassista».

Il mercato — scrive ancora Fubini — «gli credette subito forse anche perché Draghi — l’uomo del «never give up», mai cedere — in quel momento aveva una carica di determinazione in più. Poco prima di salire sul podio aveva incontrato in privato un piccolo gruppo di gestori di hedge fund londinesi. Con l’aria di saperla lunga, i manager gli avevano spiegato che l’Italia e la Spagna sarebbero saltate e l’euro sarebbe andato in pezzi. Draghi non disse niente, si limitò ad ascoltare. Sapeva che li avrebbe smentiti pochi minuti dopo.

Draghi varò — nel 2014 — l’era di una politica monetaria non convenzionale, segnata da tassi negativi e dal «quantitative easing», il «bazooka» della Banca centrale europa. Il varo del programma avvenne con un altro discorso fondamentale, tenuto alla fine di agosto del 2014 a Jackson Hole al meeting dei banchieri centrali.

Gli acquisti di titoli, al ritmo di 60 miliardi al mese, sono decisi nel consiglio direttivo di fine dicembre 2014 e iniziano a gennaio del 2015. Il programma di acquisti di titoli termina a fine 2018. Nel periodo la Bce ha acquistato obbligazioni per un totale di 2,6 miliardi di euro.

Nel 2019 — di fronte al rallentamento della congiuntura economica innescato dalle guerre commerciali, e soprattutto a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi di inflazione nell’eurozoa — Draghi e il board della Bce decidono di lanciare un nuovo programma di acquisto di titoli. Il programma, di durata indefinita, prevede l’acquisto di 20 miliardi al mese.

Una volta passato il testimone a Christine Lagarde — il 1 novembre 2019 — Draghi torna sulla scena pubblica con un fondamentale articolo, pubblicato sul Financial Times (e, in Italia, dal Corriere): «La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche», scrive. «Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno. Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo – e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento. La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili. Il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire. La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio».

«Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra», scrive in conclusione del suo intervento. «Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento».