D O S S I E R

A distanza di un anno l’Italia è ancora pienamente dentro l’emergenza coronavirus. Gli italiani, stanchi e delusi dell’andamento della situazione, vedono molto lontano il ritorno alla normalità. Eppure ci sono parti nel mondo dove l’epidemia è stata messa alle spalle. In queste Nazioni è possibile osservare cosa vuol dire tornare alla vita di sempre. Israele è una di queste: qui le misure restrittive sono state tolte dopo il successo della campagna di vaccinazione. Ed ecco come la popolazione ha reagito.

Le modalità d’azione in Israele

Rapidità, chiarezza sulla validità dei vaccini e macchina organizzativa funzionante nel momento in cui sono stai accesi i motori. Questi sono gli elementi che hanno permesso a Israele di iniziare subito la campagna di vaccinazione con successo. Qui il Vax day si è tenuto prima che in Europa, il 20 dicembre scorso, con l’inoculazione delle prime dosi di vaccino. Gli esperti del settore hanno fatto ben comprendere alla popolazione l’importanza del vaccino nella lotta contro il Covid. Unico strumento capace di debellare la malattia, come dicono i rappresentanti del mondo scientifico, che può consentire il ritorno alla normalità. I cittadini hanno recepito il messaggio aderendo con spirito di entusiasmo e speranza. Ed ecco che le risposte si sono fatte attendere solo per poco tempo.null

Dopo la fase di picco raggiunta il 17 gennaio scorso, la curva dei contagi ha iniziato piano piano a scendere: nella prima decade di marzo la media settimanale è stata quella dei 1800 casi. Il sorprendente risultato raggiunto è spiegato proprio dal numero delle vaccinazioni effettuate. Ad aver ricevuto entrambe ad oggi le dosi è stato infatti il 49.11% della popolazione, mentre a sottoporsi alla prima somministrazione è stato circa il 53% dei cittadini. Questa “copertura” ha creato un certo margine di sicurezza permettendo alla Nazione di mettere alle spalle la paura e prepararsi a tornare alla vita di prima.

Il ritorno alla normalità

Ad un anno dall’inizio della pandemia Israele assapora il senso della normalità. Qui, da qualche giorno, si ritorna a vivere senza il timore di imbattersi nel pericolo di incontrare sul proprio cammino il coronavirus. I numeri adesso sono dalla parte dei cittadini che possono riprendere le loro abitudini. La vita sociale ha iniziato a far sentire il suo rumore e con essa anche tutte le attività economiche. I ristoranti hanno riaperto le porte ai clienti con prenotazioni che addirittura hanno creato delle liste d’attesa anche di un mese. Nei locali ci sono ancora però degli accorgimenti da applicare: i tavoli fuori sono distanziati di due metri mentre chi decide di consumare all’interno, deve presentare il certificato vaccinale. Una volta raggiunto il tavolo, ci si può togliere la mascherina solo quando si sta mangiando o bevendo. Ma non solo, adesso per le famiglie è più facile spostarsi: i parenti in macchina possono viaggiare assieme senza limitazioni. Nelle strade sono tornate anche le bancarelle per i mercatini dopo mesi di assenza e adesso si può andare anche allo stadio.

Le mascherine all’aperto vengono ancora utilizzate ma il governo di Benjamin Netanyahu, il quale si sta preparando alle elezioni del 23 marzo, pensa già alla possibilità di togliere l’obbligo a partire dal prossimo mese di aprile. Al momento l’impatto con la normalità sta avvenendo in modo cauto ma senza togliere l’entusiasmo del risultato raggiunto. E visto che la “carta verde” si ottiene solo dopo una settimana dall’immunizzazione completa, per consentire a tutti di sentirsi sicuri e allo stesso tempo poter dare a ogni cittadino la possibilità di partecipare alla vita sociale, sono state istituite delle postazioni per i test rapidi davanti alle strutture pubbliche al chiuso.

“La normalità? Una sensazione da brividi”

“Finalmente ho potuto fare una passeggiata in centro e ho visto i locali pieni. Una sensazione davvero da brividi”: a raccontarlo su InsideOver è Rebecca Mieli, giornalista che ha vissuto da Tel Aviv i mesi della pandemia. Dai suoi toni ben si comprende l’emozione dovuta al ritorno alla normalità: “Israele ha avuto un lockdown molto duro – ha proseguito nel suo racconto – i ristoranti erano chiusi da settembre. Oggi è impossibile trovare un posto senza prenotazione, c’è molta voglia di tornare a vivere”. I mesi di chiusura sono stati difficili: “Anche perché – dichiara ancora Rebecca Mieli – in Israele quasi non esiste il concetto di restare a casa, specialmente a Tel Aviv dove la gente passa anche 12 ore in ufficio. C’è stata davvero molta sofferenza, ma al tempo stesso anche molta resilienza”.

Nello Stato ebraico non sono mancate proteste contro il lockdown, così come non sono mancate difficoltà nel far rispettare le misure di contenimento soprattutto nelle comunità ultra ortodosse: “I controlli sono però stati rigorosi – ha aggiunto Rebecca Mieli – L’atteggiamento della popolazione molto collaborativo. Adesso c’è voglia di normalità”. La gente non ha paura dell’infezione, il successo della campagna di vaccinazione ha dato fiducia in tal senso e nessuno ha voglia di rimanere indietro e perdersi le emozioni del ritorno alla vita di sempre: “Per strada – ha raccontato la giornalista – è un’esplosione di sensazioni positive. Soprattutto i ragazzi amano godersi il momento. Tolti i divieti, sto notando unicamente molta vita. Tel Aviv ad esempio è di nuovo piena di gente”.

In Italia vedremo le stesse scene?

Le impressioni che sono arrivate da Israele potrebbero rappresentare un precedente incoraggiante anche per il nostro Paese. Dopo un anno intero di restrizioni e con un’emergenza ancora ben lontana dall’essere definitivamente superata, la vera paura per l’Italia riguarda la rassegnazione a una vita diversa da quella pre Covid. Con quindi la possibilità di vedere, anche quando verranno tolte le misure di contenimento, una popolazione incapace di riprendere in mano la normalità. Ma il caso israeliano per fortuna sta mostrando l’esatto contrario. Le scene osservate a Tel Aviv, potrebbero rappresentare l’esempio di come, una volta archiviata la pandemia, la società è in grado subito dopo di tornare ad una normale quotidianità, con la popolazione pronta a riprendersi i propri spazi di libertà.

È pur vero che sussistono importanti differenze tra Israele e Italia: “Qui – ha commentato Rebecca Mieli – la gente vive in uno stato di guerra perenne, una sensazione continua di accerchiamento che ha quasi imposto negli anni alla popolazione di pensare a godersi ogni singolo momento”. Tra i trentenni che a Tel Aviv oggi possono tornare a godersi una serata al ristorante, c’è chi è cresciuto nei primi anni 2000 tra le misure di sicurezza anti terrorismo. Durante la seconda Intifada ad esempio, i genitori mandavano i figli a scuola su autobus diversi per il timore di attacchi kamikaze. Al contrario che in Italia, in Israele si è abituati alla sensazione di essere al centro di un conflitto. Tuttavia, lo Stato ebraico ha usi e costumi tipicamente occidentali e il fatto di essere già fuori dall’emergenza sanitaria lo ha posto come possibile esempio di quello che accadrà nei prossimi mesi in Europa, quando cioè finalmente i cittadini non dovranno più convivere con il morbo comparso in Cina nel dicembre 2019.