Tra telefonate a vuoto e mancanza di un protocollo unico. Ecco cosa prova chi ha la sfortuna di prendersi il Covid-19

di Cristina Baldini

Il numero verde regionale risponde tutti i giorni: “La sua chiamata sarà la prossima ad essere gestita, attendere prego”. La febbre e la paura mi confondono ma ad occhio e croce attendo in linea da venti minuti; da 24 ore l’infame uscito dalle viscere di un pipistrello cinese si è infilato nel mio corpo. Ha superato tutte le mie cautele e le mie attenzioni, mi ha piegato le gambe abituate a correre le mezze maratone rinchiudendomi, sola, in una stanza di fortuna in una città che non è la mia. Sono bloccata a Caserta; bloccata sulla via di casa verso Bologna da qualche sintomo e dal risultato di un test rapido comprato in farmacia: positivo.

Il mio incubo è diventato realtà, sono seduta sulle montagne russe con un mostro piccolo e subdolo a banchettare dentro di me mentre fuori c’è il caos e un sistema che, nonostante un anno di vantaggio per corroborare una risposta valida, ancora annaspa e fa leva solo sulla buona volontà dei singoli.

Cerco su Google un numero di assistenza Covid-19 in questa città e mi perdo in una pioggia di informazioni inutili, né il comune, né tantomeno l’asl forniscono con chiarezza dei riferimenti validi e facili da trovare. La febbre intanto sale e la paura di quello che mi aspetta mi fa tremare le gambe; nessuno sa come si sviluppa l’infame una volta entrato in circolo e quale organo attaccherà. Nessuno ti può dire con quanta forza saprà reagire il tuo sistema immunitario e quanto ossigeno riusciranno a catturare tuoi polmoni.

Un numero mi risponde. “Buonasera, sono malata, ho la febbre, no.. non sono residente in questa regione, a dire il vero non sono più residente neanche in Italia, ma sono Italiana, sono di Bologna ho bisogno di aiuto”. “Mi dispiace – mi risponde il medico del numero Covid di Caserta – ma noi non possiamo prenderla in carico perché Lei non risiede in Campania. Si rivolga al suo medico di base”. Il Covid mi farà morire di burocrazia, penso, mentre la febbre mi sale e il respiro è sempre più rarefatto. Il dottor Quadrelli è stato il mio medico finché non mi sono trasferita a Londra; lo chiamo, trasecola e amorevolmente mi spiega che una frase del genere non l’ha mai sentita ma che lui, sì, si occuperà di me, seppur da lontano e mi seguirà passo passo. Lo stesso dicasi per il direttore della Pneumologia del Sant’Orsola di Bologna, prof Nava, che conosco e che mi prescrive cure e terapie. I singoli uomini reggono sulle loro spalle un sistema che in un anno e nel pieno della terza ondata ancora non è in grado di correre più veloce del contagio. La proprietaria del b&b dove alloggio, turbata da quanto accaduto, riesce a farmi contattare da un dirigente dell’Asl di Caserta che si scusa. “Apriremo un’indagine interna, Lei verrà curata come ogni altro cittadino indipendentemente da quale sia la sua residenza. Non si preoccupi”.

Il numero verde del “servizio regionale della Regione Campania che fornisce informazioni sul nuovo Coronavirus in Cina” continua a tenermi in attesa.

Dopo tre giorni anche mia mamma sviluppa i sintomi e l’Asl locale le spiega che non essendo residente in Campania non potrà essere presa in carico. Il cortocircuito del sistema si annoda su se stesso mentre le telefonate quotidiane con i miei medici di Bologna mi alleviano la febbre e la paura.

Il virus si nasconde nel mio corpo e subdolo mi inganna illudendomi di essersi arreso salvo poi recuperare aggressività rigettandomi nella paura di quel che sarà il mio risveglio la mattina seguente. Le terapie prescritte alla due diverse latitudini non coincidono: più aggressivi e interventisti a Caserta mentre da Bologna la tabella di marcia per antibiotico e cortisone è più dilatata, “per non aiutare il virus a replicare più velocemente”. Deduco che nemmeno sui protocolli di cura esista un sistema omologato, ma che, di nuovo, sono i singoli a fare scuola a sé.

Il medico che rispondeva (fino alle 18) al cellulare dell’Asl di Caserta si è ammalato, ha contratto il Covid; quel numero suona a vuoto da giorni. I casi in Campania sono in costante aumento, il sistema è andato in tilt. A Bologna le visite a domicilio prevedono anche la possibilità di fare ecografie ed esami più specifici, a Caserta riesco fortunosamente a trovare un infermiere di buona volontà che all’alba e la sera tardi, prima di rientrare a casa, viene a fare le punture e a controllare l’ossigeno somministrato a mia mamma.null

Io sono guarita; i miei polmoni da runner, mi spiegano i medici, hanno saputo fronteggiare la malattia. Mia mamma migliora di giorno in giorno. Il numero verde della Regione Campania continua a suonare a vuoto mentre le ambulanze segnano il ritmo del dolore che ci circonda in questa dimensione sospesa dove la burocrazia e il sistema vanno al passo col virus mentre anime belle e piene di buona volontà combattono a mani nude. “Attenda in linea, la sua chiamata sarà la prossima ad essere gestita”.