I 5 motivi per cui l'immunità di gregge è (forse) impossibile

Scienziati ed esperti di tutto il mondo sono molto dubbiosi sul raggiungimento dell’immunità di gregge, che dipende da molti fattori. “Ci vorrà molto tempo”, “Il virus rimarrà per anni”: ecco il parere di tre esperti che abbiamo intervistato

La corsa mondiale alla vaccinazione anti-Covid si fa ogni giorno più intensa, forte e veloce, mai visto una sforzo collettivo così ampio per immunizzare la popolazione, abbattere il rischio di infezione e uscire dall’incubo. Nonostante questo, se è vero che tre indizi fanno una prova, ce ne sono almeno cinque per cui sarà molto difficile, se non impossibile, raggiungere la tanto sospirata immunità di gregge.

Quali sono le motivazioni?

Anche con gli sforzi di vaccinazione in pieno vigore, la soglia teorica per sconfiggere Covid-19 sembra essere fuori portata: molti scienziati hanno puntato l’asticella di immunizazzione di gregge intorno al 60-70% tramite vaccinazioni o passata esposizione al virus. Ma, con la pandemia che ormai è entrata nel suo secondo anno di vita, il pensiero è iniziato a cambiare. Epidemiologi ed esperti hanno raggruppato i loro dubbi in 5 macro-aree: 1) non è chiaro se i vaccini prevengano la trasmissione; 2) la somministrazione del vaccino non è uniforme in tutto il mondo; 3) nuove varianti cambiano l’equazione dell’immunità di gregge; 4) l’immunità potrebbe non durare per sempre; 5) i vaccini potrebbero cambiare il comportamento umano. L’approfondimento di queste cinque tematiche, pubblicata su Nature con il parere di numerosi esperti mondiali, non fa ben sperare.

5 punti determinanti

Innanzitutto, il punto numero uno è chiaro: non è ancora stato dimostrato se, il vaccinato, possa trasmettere o meno il virus. “L’immunità di gregge è raggiungibile soltanto se abbiamo un vaccino che blocca la trasmissione. Se non lo facciamo, l’unico modo per ottenere l’immunità della popolazione è dare il vaccino a tutti”, afferma una biologa da Washington. Siamo 7 miliardi, mancano le dosi per l’Italia e decine di Paesi oltre a decine di altri problemi logistici: come si potrà mai raggiungere questo obiettivo? Il secondo punto riguarda, proprio, l’uniformità della vaccinazione: Israele e l’Inghilterra sono ad ottimo punto ma i Paesi africani? E il Sud-America? Non solo: tutta la popolazione pediatrica non ha ancora un vaccino. Come si può pensare, quindi, di debellare il virus con tutta questa diversità?

Il terzo problema riguarda le varianti, alcune delle quali più trasmissibili rispetto al ceppo originario e più resistenti ai vaccini. Quello che sta accadendo in Brasile è didattico: una ricerca pubblicata su Scienceha dimostrato che il rallentamento del Covid nella città di Manaus tra maggio e ottobre 2020 potrebbe essere stato attribuito agli effetti dell’immunità del gregge. Secondo alcune stime, la prima ondata doveva essere sufficiente per portare la popolazione alla soglia dell’immunità di gregge ma, a gennaio, Manaus ha visto un’enorme rinascita di casi dopo l’emergere di una nuova variante nota come P.1, la variante brasiliana. “A gennaio, il 100% dei casi a Manaus sono stati causati da P.1”, dicono gli esperti locali. Il quarto punto è uno dei più importanti: quanto dura l’immunità, sia dopo l’infezione naturale che con la vaccinazione? Nel primo caso, è scientificamente dimostrato che la variante brasiliana faccia reinfettare; nel secondo, gli scienziati sono divisi tra 6 e 10 mesi anche se è stato detto, più volte, che la risposta anticorpale è individuale. Con queste incertezze, è logico pensare che una sola vaccinazione comunque non basti, motivo per cui, se il virus resiste da qualche parte nel mondo, così come è partito da Wuhan la prima volta non è escluso che possa ripartire da un altro luogo. Ultimo punto, il quinto, il cambiamento del comportamento umano dopo la vaccinazione. “Man mano che più persone vengono vaccinate, aumentano le loro interazioni e questo cambia l’equazione di immunità di gregge che dipende, in parte, dal numero di persone esposte al virus. Il vaccino non è a prova di proiettile: immaginiamo che un vaccino offra una protezione del 90%: se prima del vaccino hai incontrato al massimo una persona ed ora, con i vaccini, incontri dieci persone, sei tornato al punto di partenza”, afferma l’epidemiologa Lauren Ancel Meyers, direttore esecutivo dell’Università del Texas.

“Ci vorrà tempo…”

“L’immunità di gregge non è possibile raggiungerla in modo sereno ma con estrema difficoltà e dopo molto tempo”, afferma in esclusiva per ilgiornale.it il Prof. Mario Umberto Mondelli, Professore Ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pavia e Direttore dell’Unità Complessa di Malattie Infettive e Immunologia del Policlinico San Matteo, al quale abbiamo chiesto un suo punto di vista su questa benedetta immunità di gregge. “Non so se potrà essere come per la rosolia che, raggiunto l’85-90% della popolazione coperta, è quasi scomparsa. Qui abbiamo a che fare con un virus che trova sempre il modo per sopravvivere al meglio. Dobbiamo imparare a convivere con questo virus, magari sarà come quello dell’influenza in cui ogni anno ci saranno vaccini aggiornati per le nuove varianti e ci si dovrà rivaccinare ogni anno. Tutti hanno dimostrato che, in media, la protezione non dura più di nove mesi”, ci dice il Prof. E poi, questo aspetto va visto a livello globale, non nazionale perché non si tratta di epidemia ma di pandemia: Africa e Paesi in via di sviluppo saranno gli ultimi ad essere vaccinati, perché “c’è anche un aspetto logistico di catena del freddo, di come mantenere i vaccini e come distribuirli sul territorio. Sarà una bella sfida anche in termini di costi: le case farmaceutiche dovranno renderli gratuiti o farli costare pochi centesimi, altrimenti continenti come l’Africa non potranno mai essere controllati da questo punto di vista – afferma Mondelli – Ci saranno sacche di Paesi molto poveri in cui sarà pericoloso viaggiare e verrà consigliato di fare un richiamo della vaccinazione prima di recarsi lì: ad esempio, quando sono andato in Pakistan, unica nazione al mondo in cui c’è ancora la poliomelite endemica, dopo 50 anni dalla vaccinazione ho dovuto fare un richiamo per sviluppare gli anticorpi. L’importante è che la maggior parte del mondo sia protetta e sotto controllo”.

“Il virus rimarrà per anni”

Quindi, se ad esempio il virus continuerà a vivere in Estremo Oriente, Africa o Sud America, quella italiana si potrà considerare o no immunità di gregge? “A livello globale no, in Italia si potrà dire di averla raggiunta quando non avremo più casi o ne avremo pochissimi ma questo non vuol dire che il virus sarà stato eliminato dalla faccia della Terra, rimarrà e lo farà per parecchi decenni prima di averne ragione, sarà molto difficile riuscire a coprire la popolazione mondiale”, afferma l’infettivologo. La soluzione è quella di un Public healt globale, cioè Salute pubblica globale, non possiamo dimenticarci che dai nostri vicini potrebbe ancora esserci il virus. “Attraversando il Mediterraneo abbiamo situazioni come la Libia, fuori controllo dal punto di vista politico figuriamoci da quello sanitario. Sacche endemiche saranno a pochi passi da noi: pensi alla poliomelite, il primo vaccino è stato introdotto alla fine degli anni ’50 e, ancora oggi, ci sono dei Paesi che sono endemici per questa malattia. Sarà sicuramente la prossima malattia infettiva ad essere eliminata ma ci vorrà ancora un po’ di tempo”.

“Impossibile prevederlo”

“È possibile che l’immunità di gregge, così come è intesa, sia difficile da raggiungere per un’infezione di questo tipo, acuta e che circola molto velocemente. La caratteristica a cui si arriverà è quasi impossibileprevederla: ci sono state epidemie, sempre da coronavirus, che sono scomparse dalla mattina alla sera senza preavviso ed altre che sono rimaste come virus endemici”, afferma per ilgiornale.it il Prof. Massimo Clementi, Direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Quale sarà l’esito di questa battaglia che si sta combattendo? “Tutte queste varianti sono la testimonianza che il virus sta soffrendo, soffre perché non trova più quelle praterie che trovava prima e deve cambiare per diffondersi. Come finirà? Non lo so. Io penso che, alla fine, avremo un virus poco patogeno, che circolerà poco nella popolazione e la maggior parte della gente sarà già immune”. Se, da un lato, il Prof. Clementi è ottimista, dall’altro è preoccupato per la lentezza nella vaccinazione, vero punto debole che sposta sempre più in là l’immunità di gregge. “Il tempo che stiamo impiegando per immunizzare una parte consistente della popolazione è troppo: il Vax-day è stato a dicembre tra Natale e capodanno. Dal 27 dicembre ad oggi, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, di vaccini pochi…”.

“Sbagliato credere di aver bisogno soltanto del vaccino”

In riferimento a quanto riportato da numerosi esperti e scienziati sui cinque punti pubblicati su Nature, abbiamo chiesto un parere anche allo scienziato italiano Silvio Garattini, farmacologo, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. “Spingono tutto al peggior scenario possibile: l’immunità di gregge, per essere tale, ha bisogno di raggiungere una certa percentuale, le varianti possono incrinare quest’immunità. Ma poi, fin quando non saranno vaccinati tutti, c’è sempre la possibilità che l’infezione si diffonda nuovamente”, afferma il Prof. Garattini, che prevede un richiamo necessario dopo che si saranno concluse le prime vaccinazioni ma, soprattutto, l’importanza di una cura che adesso, ancora, non c’è. “Saremo vaccinati in modo duraturo dopo la seconda dose e dopo un certo periodo. È per questo che avremo bisogno anche di un altro apporto: i farmaci, che agiranno impedendo lo sviluppo della malattia. Anche se saranno vaccinati tutti ma una variante comincia ad incrinare il sistema, se avremo dei farmaci che agiscono direttamente contro il virus potremo tenergli testa perché eviteremmo lo sviluppo della malattia. Credere che soltanto con il vaccino risolveremo tutto è sbagliato: anche da vaccinati bisognerà mantenere le stesse regole di sicurezza: lei o lui sono protetti ma non è detto che non possano infettare gli altri”.

L’immunità di gregge rimane, quindi, “una cosa possibile ma è multifattoriale, non dipende soltanto dal vaccino: quello che manca è un intervento attivo, un lavoro educativo avviene se c’è un’azione continua anche attraverso i social network, oggi fonte primaria d’informazione per tanti giovani. Bisognerebbe che il governo non dicesse soltanto di stare attenti ma metta in piedi una campagna vaccinale schierando le persone in cui il pubblico ha fiducia. Questo ci aiuterebbe ad evitare 400 morti ogni giorno riducendo la circolazione del virus”.