Il 18 ottobre scorso, la Corte di Cassazione ha definitivamente posto la parola fine ad una vicenda che ha sconvolto per anni l’Italia intera, ma soprattutto che ha visto il coinvolgimento nelle indagini di un numero vastissimo di persone di piccole comunità, dove, sino all’atroce delitto di una piccola bambina, non era mai accaduto nulla di grave.
L’uccisione di una piccola adolescente ha dato via alle indagini, forse, più complesse della storia italiana, che hanno visto il susseguirsi di una serie di eventi che hanno reso il delitto efferato della bambina trasformarsi in caso mediatico senza precedenti, conclusosi in un processo in cui la prova scientifica è stata la protagonista assoluta.


Un’indagine che ha comportato, dapprima, l’arresto di una persona innocente e successivamente il coinvolgimento, appunto, di un grandissimo numero di persone (circa 1.600) da sottoporre all’esame del DNA, sino all’arresto e alla condanna di un uomo, che ancora oggi, dopo tre gradi di giudizio, si professa innocente.
Ma veniamo ai fatti.


E’ la sera del 26 novembre del 2010, quando a Brembate di Sopra, un paese di circa 8000 abitanti, in provincia di Bergamo, scompare una bambina di 13 anni. Yara Gambirasio; verso le 18:45 era uscita dalla palestra del Centro Sportivo di via Locatetti, dove praticava ginnastica ritmica, per far rientro a casa distante circa 700 metri: da quel momento scompare nel nulla.
Alle 18:55 il cellulare di Yara, è agganciato, per l’ultima volta, da una cella telefonica di Mapello, un paese poco distante da Brembate di Sopra, dopo di che si spegnerà definitivamente e per sempre. Le ricerche della ragazzina iniziano poco dopo e non trascurano nessuna pista: dall’allontanamento volontario al rapimento.
Gli inquirenti identificano e sentono a sommarie informazioni tutti gli iscritti e i genitori degli iscritti del centro sportivo e tutti coloro che abitavano nelle vie limitrofe alla palestra, o che vi erano passati nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010.
Gli investigatori, inoltre, fanno ricorso a cani molecolari e a cani esperti nel ritrovamento di resti umani e tracce ematiche.
I primi fiutano tracce della bambina scomparsa tra il centro sportivo e un grande cantiere edile dove si sta costruendo un centro commerciale a Mapello.
Gli investigatori, quindi, decidono di identificare tutte le persone che ci lavorano e soprattutto di porre sotto intercettazione i telefoni di alcuni di essi.
Il 5 dicembre del 2010 sembra esserci una svolta nelle indagini, un operaio del cantiere edile viene arrestato.
E’ un operaio magrebino, Mohammed Fikri, che viene fermato mentre è a bordo di una nave diretta a Tangeri in Marocco.
L’operaio è incriminato per un’intercettazione telefonica ambientale nella sua lingua, rivelatasi poi priva di valore a causa di una traduzione sbagliata.
L’immigrato risulterà infatti del tutto estraneo alla vicenda e riuscirà a dimostrare che il suo viaggio in Marocco era stato programmato da tempo.
Il 26 febbraio 2011, esattamente tre mesi dopo la scomparsa di Yara, nelle prime ore del pomeriggio, l’aeromodellista Ilario Scotti, nel cercare il proprio aeroplanino telecomandato, finito in mezzo ad un campo incolto di Chignolo d’Isola, trova il cadavere di una bambina in avanzato stato di decomposizione.
La polizia scientifica, giunta sul luogo del ritrovamento, rileva sul corpo della ragazzina numerosi colpi di spranga, un trauma cranico (inferto probabilmente con un sasso), una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio. Nessuna di esse letali (1).
L’autopsia, inoltre, svela altre ferite alla testa, delle coltellate alla schiena, al collo e ai polsi. Nessuna traccia riconducibile a violenza sessuale.
Il decesso, pur nell’incertezza derivante dallo stato di decomposizione del cadavere, era ritenuto la combinazione tra le ferite riportate e la permanenza in un luogo a bassissima temperatura. Gli investigatori concentrano così le indagini sugli indumenti indossati dalla vittima e sugli oggetti repertati in sede di sopralluogo: alcuni pezzi di plastica e frammenti di cellophane, un asciugamano, una salvietta di carta, uno slip da uomo ed alcune fascette metalliche, trovate lungo il muro perimetrale di un capannone, due biglietti del parcheggio dell’aeroporto, due carte d’imbarco del febbraio 2011 ed una roncola.
Dalla salvietta sporca di sangue, rinvenuta a circa l00 metri dal cadavere, e dai guanti di Yara sono estrapolati due profili genetici maschili (uno sulla salvietta e uno sulla punta del pollice del guanto sinistro) e un profilo genetico femminile (sulla punta del medio del guanto sinistro) utili per le comparazioni, convenzionalmente denominati “Uomo 1”, “Uomo 2” e “Donna 1”.
I suddetti profili genetici inseriti nelle varie banche dati delle forze di polizia non ottengono nessun riscontro.
A maggio del 2011, il RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri) estrapola su un campione prelevato dagli slip di Yara un profilo genetico maschile utile per eventuali confronti, che da quel momento viene convenzionalmente denominato “Ignoto 1”, profilo molto più ricco e collegato, secondo gli inquirenti, a quello di “Uomo 1”, “Uomo 2” e “Donna 1” (sulla salvietta raccolta a cento metri dal cadavere e sui guanti). Le indagini, pertanto, si focalizzano sull’identificazione di “Ignoto 1”.
Sul piano delle investigazioni tradizionali, invece, vengono redatti, secondo diversi criteri, una serie di elenchi di soggetti ai quali effettuare i prelievi di campioni di DNA da confrontare con il profilo di “Ignoto 1”. Prendendo spunto dal rinvenimento sulla salma di particelle di ossido di calcio, si iniziano a recensire i lavoratori delle ditte edili presenti nella provincia di Bergamo.
Si procede, inoltre, alla completa identificazione di tutti gli utilizzatori di telefoni cellulari transitati nelle celle ritenute d’interesse investigativo.
Viene stilato un elenco di 777 dipendenti di ditte di Chignolo d’Isola e acquisiti i nominativi dei 31 mila soci della discoteca “Le Sabbie mobili” sempre di Chignolo d’Isola.
Vengono sottoposti a prelievo salivare 3400 frequentatori del centro sportivo di Brembate, tutti familiari, tutti i vicini di casa, tutti compagni di scuola e loro genitori, tutti i soggetti memorizzati nel telefono cellulare di Yara e i lavoratori dei cantieri di Mapello.
Dopo circa 2.000 confronti privi di risultato, riprendendo l’elenco dei 476 residenti a Brembate Sopra, a luglio 2011 viene prelevato il tampone salivare di tale Damiano Guerinoni, tesserato della discoteca “Le Sabbie Mobili”, che, però, al momento della scomparsa di Yara si trovava in Perù. L’estrapolazione, eseguita dalla Polizia Scientifica, fa si che l’aplotipo Y (serve per determinare la relazione di parentela tra soggetti di sesso maschile attraverso la linea paterna) risultava, in un primo tempo, simile a quello della traccia estratta dal RIS.
Le successive analisi mediante altri marcatori escludevano, però, che si trattasse di “Ignoto 1” o di un suo parente in linea retta.
Pertanto, le indagini si concentrarono sulla famiglia di Damiano Guerinoni, composta dalla madre Aurora Zanni (che peraltro aveva lavorato come colf per la famiglia Gambirasio) e dalla sorella Tania Guerinoni (il padre Sergio Guerinoni era deceduto nel 2003).
Dato che l’aplotipo Y si trasmette uguale di generazione in generazione ed è lo stesso per tutti i discendenti maschi di un determinato capostipite, gli inquirenti risalgono, dopo poco, da Sergio Guerinoni al capostipite Battista Guerinoni e da lì ricostruiscono l’intera discendenza, sottoponendo a prelievo salivare tutti discendenti maschi ancora in vita, arrivando così a Pierpaolo Guerinoni, che presentava un profilo di DNA nucleare quasi identico a quello di “Ignoto 1”.
Le indagini si concentrarono così su Pierpaolo Guerinoni, figlio di Giuseppe Benedetto, deceduto il 17 gennaio 1999, che viveva a Frosinone e non aveva figli.
L’unica spiegazione possibile, secondo i periti, era che “Ignoto 1” fosse figlio illegittimo di Giuseppe Benedetto Guerinoni (o, seppur con un grado di probabilità inferiore, di Pierpaolo). Confrontando il profilo del DNA estrapolato dal bollo della patente e da alcune cartoline spedite da Giuseppe Benedetto con quello di “Ignoto 1”, la percentuale saliva al 99,9999929%. Acquisita la certezza che Giuseppe Benedetto Guerinoni fosse il padre biologico di “Ignoto 1” le indagini si concentrano sulla ricerca della madre e, in particolare, sulle donne che Giuseppe Benedetto aveva incontrato o conosciuto nei luoghi dove aveva vissuto e lavorato (Comunità montana della Valle Seriana).
Pertanto, diverse donne vengono sottoposte a campionatura, tra queste anche tale Ester Arzuffi.
Il DNA nucleare di Ester Arzuffi risultava la metà mancante rispetto a quello di Giuseppe Benedetto Guerinoni del profilo di “Ignoto 1”. Pertanto, ci si concentrava sui due figli legittimi della donna: Massimo Giuseppe e Fabio e soprattutto sul primo in quanto nato il 28 ottobre 1970, in epoca più vicina al trasferimento della donna da Parre a Brembate.
Il 15 giugno 2014 Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore incensurato di 44 anni, viene fermato con un espediente e sottoposto ad alcoltest.
Il DNA estrapolato dal tampone salivare restituiva lo stesso profilo genetico nucleare di “Ignoto 1”.
Il 16 giugno del 2014 Massimo Giuseppe Bossetti viene arrestato. Un’ulteriore importante prova di colpevolezza per l’accusa è che il Bossetti avrebbe stazionato e sarebbe passato ripetutamente con il proprio furgone davanti alla palestra di Yara e ripreso dai video delle telecamere di sorveglianza proprio il pomeriggio della scomparsa della ragazza.
Il 28 febbraio del 2015 vengono chiuse le indagini e per Bossetti, che restava l’unico indagato, viene chiesto il rinvio a giudizio. Il 1º luglio del 2016 la Corte d’Assise di Bergamo condanna Massimo Bossetti all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.
La Corte riconosce inoltre l’aggravante della crudeltà e revoca a Bossetti la potestà genitoriale sui suoi tre figli.
I punti fondamentali su cui le motivazioni si articolano sono essenzialmente tre:
a) Il corpo della vittima non è mai stato spostato dal luogo del ritrovamento, ergo l’omicidio è avvenuto necessariamente in quel campo;
b) Il DNA rinvenuto è quello di Bossetti e questo lo colloca automaticamente sul luogo e al momento dell’azione lesiva che ha causato la morte;
c) Altri indizi confermano la colpevolezza dell’imputato, dal fatto che non sia stato in grado di ricostruire i suoi spostamenti il giorno della morte di Yara Gambirasio alla compatibilità delle fibre sintetiche rinvenute sugli indumenti del cadavere con quelle del sedile del suo furgone.
Il processo d’appello prende il via il 30 giugno 2017 e il successivo 17 luglio la Corte d’Appello di Brescia conferma la sentenza del primo grado di giudizio, giudicando Bossetti colpevole e condannandolo all’ergastolo.
Il 12 ottobre 2018 la Cassazione conferma la sentenza, condannando in via definitiva Massimo Bossetti alla pena dell’ergastolo.