Vaccini Covid, qual è l'efficacia e la durata? Le differenze e i piani per la terza dose

Pubblicate le prime ricerche sui due vaccini a mRNA, Moderna e Pfizer

Nelle ultime settimane si è parlato di un calo di efficacia vaccinale, citando una serie di dati relativi ai principali vaccini contro il Covid-19. Se ne è discusso in merito all’avanzata della variante Delta, che sarebbe responsabile dell’indebolimento della resistenza immunitaria veicolata dal vaccino, soprattutto nel combattere il contagio, mentre tutti i vaccini sembrano resistere bene nel proteggere chi li riceve da ricoveri e morte.

Un altro aspetto che ha toccato il calo di efficacia vaccinale riguarda il riscontro, che viene da più parti, di un indebolimento della risposta vaccinale dopo alcuni mesi dalla prima inoculazione, circa dopo sei mesi. Lo si è visto in Israele con il rialzo dei contagi tra i vaccinati e in California con un recente studio che ha misurato le reinfezioni dei sanitari negli ultimi mesi (in entrambi i casi dopo l’arrivo della Delta). È il motivo per cui alcuni Paesi stanno proponendo le terze dosi a persone fragili o che siano state vaccinate per prime.

All’interno di queste considerazioni trovano spazio i primi studi osservazionali su eventuali differenze di risposta, in termini di efficacia e durata della protezione, tra i singoli vaccini più utilizzati e monitorati: Pfizer e Moderna.
È bene specificare fin da subito che si tratta di efficacia nel frenare il contagio, non di protezione da ricovero e decesso, che resta altissima in tutti i vaccini, anche nel caso di infezione con variante Delta: i due vaccini proteggono entrambi benissimo contro le forme gravi di Covid.


Dalle prime ricerche che mettono i due candidati a confronto emerge che il vaccino di Moderna potrebbe offrire una risposta immunitaria più forte e i suoi effetti svanire più lentamente rispetto al vaccino omologo a mRNA di Pfizer. Uno studio pubblicato questa settimana sul Journal of American Medical Associationha scoperto che gli operatori sanitari belgi che avevano ricevuto Moderna avevano un numero di anticorpi più che doppio rispetto a quelli che avevano ricevuto Pfizer. Secondo Deborah Steensels, una delle autrici dello studio, livelli di anticorpi più elevati subito dopo la vaccinazione dovrebbero portare a una protezione a lungo termine e a una maggiore resistenza rispetto alle varianti. Un altro studio di questa settimana dell’Università della Virginia ha scoperto che i destinatari del vaccino Moderna avevano più anticorpi di quelli dati da Pfizer, con differenze più marcate nelle persone anziane. Risultati simili sono emersi il mese scorso da una bozza di una ricerca dell’Università di Toronto che aveva valutato le risposte immunitarie tra i residenti delle strutture di assistenza e da un’analisi della Mayo Clinicnegli Stati Uniti e in Qatar che ha evidenziato un tasso di efficacia migliore per il vaccino Moderna.

Lo stesso quadro non è solo emerso in corrispondenza della presenza (tutto sommato «recente») della Delta, ma anche dagli studi di Fase 3 sui due vaccini: l’efficacia di Pfizer è scesa a un tasso dell’80% contro l’infezione sintomatica dopo quattro-sei mesi, contro il 93 per cento di Moderna dopo cinque-sei mesi.

È stato già scritto, ma va ribadito: si tratta di efficacia nel frenare il contagio; la capacità dei vaccini di contrastare decessi e ricoveri è superiore al 90 per cento in ogni analisi, fino ad arrivare quasi al 100% in alcuni casi. Gli anticorpi decadono nel tempo, è normale, ma lasciano cellule B e T del sistema immunitario pronte a intervenire nuovamente (sono come «dormienti») contro lo stesso tipo di virus: quando arriveranno nuovi «invasori», risveglieranno le difese. Ecco perché le infezioni post-vaccino, quando si verificano, tendono a essere più miti , più brevi e con meno probabilità di diffondersi verso altre persone.

I risultati del confronto tra i due vaccini RNA non sono ancora conclusivi e le cifre possono nascondere margini di errore: ad esempio, trattandosi di dati che provengono da osservazioni nel mondo reale, bisognerebbe capire se le popolazioni che hanno ricevuto ciascun vaccino fossero comparabili, perché altrimenti i valori potrebbero risultare falsati. Inoltre, gli scienziati hanno in molti casi misurato gli anticorpi IgG e IgM, non gli anticorpi «neutralizzanti»che rappresentano il «gold standard» (l’esame più accurato) e il vaccino Pfizer è stato spesso distribuito prima o comunque a persone più deboli, tutti fattori che potrebbero aver influito sui calcoli dell’efficacia.

Sono intanto state fatte alcune ipotesi per spiegare i migliori dati di Moderna: la sua protezione potrebbe durare più a lungo perché la sua dose di mRNA — il codice genetico che insegna al sistema immunitario come riconoscere la proteina spike del coronavirus — è tre volte maggiore rispetto a quella di Pfizer; un’altra variabile importante potrebbe essere il tempo trascorso tra le due dosi, con quattro settimane raccomandate per Moderna e tre settimane per Pfizer. I vaccini contro il Covid sembrano essere stati tutti più efficaci nei Paesi che hanno applicato intervalli di tempo più lunghi, come il Regno Unito e il Canada, rispetto a Stati Uniti e Israele.

Ci sono anche altri vaccini che potrebbero avere una maggiore longevità (di protezione) rispetto a Pfizer: ricercatori inglesi, su dati dell’Office for National Statistics del Regno Unito, hanno scoperto che l’efficacia di Pfizer contro l’infezione sintomatica si è quasi dimezzata in quattro mesi, mentre la protezione di AstraZeneca è diminuita molto più lentamente (partendo da una base più bassa). Anche i dati pubblicati la scorsa settimana dall’app di studio sui sintomi «Zoe» dicono che l’efficacia di Pfizer è scesa di 14 punti percentuali (al 74 per cento) in cinque-sei mesi, mentre quella di AstraZeneca è scesa di 10 punti percentuali (al 67 per cento) dopo quattro-cinque mesi. Gli scienziati affermano che questo potrebbe essere dovuto al fatto che l’adenovirus che rilascia il vaccino di Oxford resiste nel corpo più a lungo dell’mRNA, dando al sistema immunitario più tempo per rispondere.

Johnson & Johnson, che utilizza un altro adenovirus, ha confermato che, nelle persone cui è stato somministrato il vaccino singolo, gli anticorpi neutralizzanti erano più alti otto mesi dopo la vaccinazione rispetto a 29 giorni dopo.